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Mulino Roggia Molinara

immagine ingrandita Mulino Roggia Molinara - Passarella Pedonale (apre in nuova finestra) Furono soprattutto i mulini ad esercitare per secoli un ruolo fondamentale nell'economia agraria padana. Sicché, al momento di accennare brevemente ai due che tuttora esistono a Landiona, è opportuna una breve premessa su ciò che il mulino ed il mugnaio hanno rappresentato nei secoli scorsi per le popolazioni contadine. A quei tempi infatti, l'alimentazione paesana era basata sul forte consumo di pane; ogni giorno più di 400 grammi a testa, diventati ben 800 a metà dell'Ottocento. Occorreva quindi un'intensa attività molitoria, dovendo ogni anno preparare quei quintali di cereali che andavano a comporre un pane costituito, in genere, da misture di segale e di mais.
A questi principali cereali, fin dal tardo Medioevo, si aggiunse anche una larga coltivazione del miglio, detto comunemente "panico". Dopo esser stato pilato come si fà con il riso, esso veniva considerato la materia prima per una popolarissima e densa zuppa, allora chiamata panissa che accettava anche legumi e verdure. Poiché riteniamo che il particolare sia poco noto, potremmo forse considerarla a ragion veduta la sicura antenata dell'odierno nostro risotto di campagna, che ne riprende il nome. Trovandoci poi in una zona di confine, tra la provincia di Novara e quella di Vercelli, s'incontra indifferentemente ciò che un gastronomo come Massimo Alberini - in pagine assai informate - definisce "il rustico incanto di paniscia e panissa", piatto della tradizione contadina con sottili differenze fra una riva e l'altra della Sesia.
immagine ingrandita Mulino Roggia Molinara - Interno (apre in nuova finestra) Così, di generazione in generazione, queste necessità alimentari determinarono continui perfezionamenti nella tecnica dei mulini, nei manufatti, e persino nelle modalità per assicurarsi la necessaria manutenzione. Si adottarono paranchi per sollevare le grandi e costose pietre molari e poterle scalpellarle, onde toglierne l'usura e farle tornare scabre, come nuove. Ci si corredò di precise basculle per le tante pesature, miscele e partizioni che toccavano al mugnaio, e per le quali molti documenti antichi esprimono il sospetto che non sempre il mugnaio fosse così pronto a restituire al cliente la giusta quantità pattuita. Del resto lo scarso consumo di grano (all'atto dell'Unità d'Italia rappresentava soltanto il 2,76 della spesa media) impediva ai mugnai di raggiungere volumi di vendita che consentissero un costo più contenuto. Ne derivò, sia un incredibile numero di mulini - peraltro tutti sottousati - sia la necessità di adattarsi a miscelare il grano con altri cereali o con ceci, fave, sorgo rosso.
immagine ingrandita Mulino Roggia Molinara (apre in nuova finestra) Con l'avvento dell'industrializzazione ottocentesca, anche le strutture cosiddette "molitorie" ovviamente si affinano, soprattutto per migliorarne la resa, fino ad allora abbastanza scarsa a causa dei poco rigidi ruotismi di legno e della scarsa efficienza idraulica delle grandi ruote. Infatti la principale e più visibile innovazione riguarderà proprio le ruote, che presto divengono di ferro equipaggiandosi con pale opportunamente sagomate, dette "di Poncelet" dal nome del tecnico che le aveva studiate.
Pertanto diventa subito chiara l'importanza che assumono queste piccole ma vere aziende molitorie se - come a Landiona - esse per un certo periodo si abbinano anche ad un forno da pane ed a terre comunali (da pascolo o boscate) che permettono alla comunità giusti ricavi. Infatti in questa situazione, per esempio, le entrate sono meno gravate da tasse le aziende rimangono vitali e ben collegate al territorio, infine si esercita un calmiere sui prezzi. Resta però il problema centrale, ossia la spiccata frammentazione di queste piccolissime aziende - siano mulini o forni - aventi produzioni minime (molte in un giorno non superavano il quintale di prodotto) perciò con scarsa clientela e non sempre solvibile. Il loro destino, quindi, è visibilmente segnato.
immagine ingrandita Mulino Roggia Molinara (apre in nuova finestra) Oggi a Landiona esistono ancora due mulini ben conservati. Quello della roggia Molinara usufruisce già di un appassionato rendiconto che ne ripercorre le antiche vicende e le sequenze delle proprietà. Oggi il mulino mantiene ancora il proprio "nervile" ed i "rodiggi" (cioè i rinvii dell'acqua sulle loro pale e l'apparato delle grandi ruote) conservando il inoltre - al pianterreno - parte dell'intelaiatura in legno per la macinazione e l'abburattamento. I rimanenti locali sono stati più volte manomessi mantenendone per qualche tempo il loro tradizionale uso abitativo. Oggi però il fabbricato è vuoto. La recentissima decisione municipale di collegare la via Mulino con la via Mossotti mediante una passerella pedonale è certamente felice, perché introdurrà questo utile percorso nelle abitudini locali, coinvolgendolo meglio nel contesto dell'abitato.
Un altro impianto esiste alla cascina Baraggiola e deriva acqua dalla fontana Morina. Qui il mulino è accorpato con naturalezza alla cascina, testimoniando un coordinamento di funzioni per nulla casuale, cui si aggiunge la sua posizione extraurbana, suffragata da tanti altri esempi importanti ancora presenti in zona. Attualmente l'impianto non è in funzione ma le condizioni sono ancora discrete. Questi mulini, che altrove stanno scomparendo, costituiscono una testimonianza interessante per le nuove generazioni che ignorano il significato e l’importanza che queste strutture a conduzione familiare hanno avuto per la vita di intere generazioni contadine.


Tratto da:
"Landiona nel tempo" (Cenni storico-ambientali)
Amministrazione Comunale di Landiona 2002
Testi di Anna Maria Boca

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